IL MAJOR SENZA SORPRESE

Wawrinka e Tsonga non riescono nell’impresa della vita, Del Potro delude le attese. Chardy e Seppi confermano i loro miglioramenti. Gli Australian Open 2013 sono lo specchio della scorsa stagione, compresa la finale che vedrà opposti Djokovic e Murray

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Tennis – Melbourne (Australia). Siamo giunti all’atto conclusivo dell’edizione 2013 degli Australian Open, con i due favoritissimi per il raggiungimento della finale – Novak Djokovic e Andy Murray – che non hanno tradito alcuna aspettativa. Tutto è andato secondo la routine, seguendo un ritmo di crociera a volte imbarazzante per quanto poco dinamico e privo di sorprese. Poche, davvero poche sono state le novità viste nel corso di questo Slam. Qualcuno ci è andato vicino, e l’imprevedibile è stato sfiorato. Lo si è accarezzato, se ne è sentito il gusto; ma, alla fine, tutto è rientrato nei ranghi.

Parliamo di Stanislas Wawrinka, per esempio. In testa sua ancora un “top ten”, ma nei fatti un po’ meno. Non nuovo a voler dimostrare di saper competere con i migliori, e di esaltarsi in determinate circostanze, a volte trovando pure l’exploit – ma non, purtroppo, la continuità – , Wawrinka ha al suo attivo qualche grande partita come l’estromissione di Murray dagli US Open 2010, o l’eliminazione di Monfils e Roddick agli Australian Open 2011. E anche stavolta lo svizzero numero due è andato vicino al colpaccio. Vicinissimo.
Novak Djokovic se l’è vista davvero brutta durante il suo ottavo di finale. Forse non tanto quando si trovava sotto di un set e un break, con relativa possibilità di recuperare il “gap” abbastanza agevolmente, quanto piuttosto all’inizio della quinta frazione, nella quale, dopo aver perso il tie-break del quarto “round”, si è visto rubare il servizio in entrata da Wawrinka. L’elvetico non ha mai ceduto, e questo malgrado il contro-break immediato. Ha combattuto fino all’ultimo “15”, salvando anche dei match-point e procurandosi numerose palle-break in suo favore, che però – per inefficienza sua o per merito avversario – non sono state concretizzate. Nessuna sorpresa, dunque; e “Nole” avanti tutta!

Un’altra non-sorpresa porta la firma di Jo-Wilfried Tsonga, il quale non è nuovo a rilasciare dichiarazioni pre-match di stampo se non arrendevole per lo meno estremamente rispettoso dell’avversario. Specie se lo sfidante è uno dei “fab four”. E, sul campo, spesso ha dimostrato di possedere un gioco potenzialmente brillante ma senza un disegno preciso, una disciplina tecnico-tattica che gli permetta di concretizzare le sue mire espansionistiche evitando di perdersi nel mondo delle meraviglie.
Insomma, col buon Tsonga in campo, le premesse per un’altra partita più o meno a senso unico a favore di Roger Federer c’erano tutte. Lungi dallo svalutare il tennis del francese, davvero in pochi alla vigilia dei quarti di finale avrebbero pensato a una battaglia tanto tirata. E con delle possibilità così concrete per il francese – più nella qualità di gioco che nell’evoluzione del punteggio – di fare il colpaccio, estromettendo la stella del Tennis mondiale dal primo Slam stagionale. Ma il trentunenne di Basilea, malgrado l’anagrafe, sa essere spietatamente lucido e pragmatico – oltre fisicamente preparato – anche nei giorni in cui il suo gioco non viaggia a pieno regime. Il simpatico Jo ce l’ha messa tutta, ma non è bastato. Ennesima conferma della sua bonarietà.

Passiamo a due giocatori di sangue latino: David Ferrer e Juan Martin Del Potro, esattamente all’opposto. Uno vecchio, l’altro giovane. Uno piccolo, l’altro gigante. Uno difensore, l’altro – pur prediligendo il gioco da fondo – attaccante. Uno con qualità tecnico-tattiche limitate ma sfruttate a pieno, l’altro con un tennis invidiabilmente potente ma tutt’altro che stabile. Resta il fatto che nemmeno i loro percorsi riescono a sorprendere.
David è arrivato fin dove ha potuto, a forza di recuperi, corse e sacrificio fisico; poi, come d’abitudine, si è schiantato al cospetto della manifesta superiorità di “Nole”, a cui ha fatto il solletico. Juan Martin, ahinoi, ancora una volta delude le (enormi) aspettative riposte su di lui. Quella vittoria a New York nel 2009 è ancora sotto gli occhi di tutti, e per lui, paradossalmente, rischia ogni volta di più di diventare un fardello insuperabile. Questi due giocatori, nonostante siano caratterialmente fra i più amabili del circuito, hanno differentemente confermato tutti i loro limiti. Di nuovo, nessuna sorpresa.

Vogliamo parlare di Jeremy Chardy? Percorso sorprendente, il suo? L’exploit contro Del Potro ha evidentemente stupito un po’ tutti, in particolare in Italia, visto che Andreas Seppi lo avrebbe poi dovuto affrontare allo stadio degli ottavi di finale. Eppure Chardy, malgrado le apparenze che tanto sanno di clamoroso, altro non ha fatto che confermare un percorso in crescendo iniziato oramai due anni fa e manifestatosi in tutta la sua evidenza già nel 2012 (chiaramente più in Francia che in Italia). Partito dai bassifondi della “top 100”, è riuscito a macinare gioco e tornei, con anche vittorie di lusso (Tsonga, Roddick e Murray battuti lo scorso anno nei due Master estivi di Toronto e Cincinnati), fino a coprire, finalmente, un ruolo di primo piano nel quadro di uno Slam. Ciò era successo anche a Seppi lo scorso anno sul mattone tritato del Roland Garros. L’altoatesino, come in molti si ricorderanno, fu autore di un ottimo “major” parigino, e ciò grazie ai sensibili miglioramenti di gioco e di risultati ottenuti durante le settimane e i mesi precedenti. Non possiamo quindi dirci sorpresi del percorso positivo, a Melbourne, di questi due giocatori – e in particolare di Chardy – : tanto l’italiano quanto il francese hanno confermato la loro crescita, con un bel “testa a testa” che ha scaturito il meritevole vincitore.

Non sorprendono nemmeno i cammini di Bernard Tomic e Milos Raonic, spesso indicati quali future promesse del tennis mondiale ma ancora troppo incompleti per fare fronte all’attuale numero due del mondo, Roger Federer. Entrambi hanno dovuto cedere al cospetto di “sua maestà”, che, concentratissimo, ha disinnescato le loro iniziative e li ha puniti severamente, uno per la presuntuosità mostrata in sala stampa, l’altro per la scarsa mobilità che sempre lo accompagna sul campo. E Roger, anche lui, malgrado la prevedibile (e prevista) sconfitta di oggi, si conferma al top della condizione fisica e mentale, pronto a dar battaglia per un anno ancora – speriamo pure di più – agli altri ancora giovani “fab four”.

Infine, come non menzionare la vittoria odierna di Andy Murray? Certo, c’era chi ci sperava, in Roger; c’era addirittura chi ci credeva. E a giusta ragione. Ma vedere lo scozzese nei panni del vincitore – e quindi del finalista al fianco di Djokovic – non sorprende minimamente. La sorpresa, semmai, sarebbe stata una vittoria di Federer.
La crescita esponenziale del giocatore britannico, iniziata di fatto lo scorso anno dai prati di Wimbledon e proseguita attraverso la conquista dell’oro olimpico e del “major” statunitense, non è casuale. È frutto di un grandissimo lavoro di preparazione fisica e mentale che proprio ora sta dando i suoi migliori frutti. L’incredibile copertura del campo, il brillante gioco di gambe e soprattutto il braccio sensibile – tutte qualità che lo scozzese ha sempre avuto – , unite a una propositività finalmente ritrovata, hanno permesso a Murray, solidissimo di testa (saprà ripetersi in finale?), d’imporsi – certo, faticosamente – su un Federer mai domo e sempre in agguato. È la prima vittoria in uno Slam contro lo svizzero, ed era inevitabile che presto o tardi arrivasse. Che sia giunta in questo modo e con questa cornice, altro non fa che renderla ancora più meritata e spettacolare. Senza ombra di dubbio il miglior match di Melbourne, e forse anche dell’anno. C’erano dubbi?

Giungiamo al termine con la finale di domenica. Sapendo che “Nole” ha giocato la sua semifinale ventiquattr’ore prima di Murray, e contro un avversario di ben minor calibro, e sapendo che lo scozzese ha passato più del doppio del tempo in campo – e di ben altra intensità – per ottenere il suo “pass” per l’ultimo atto, pare delinearsi abbastanza nettamente il futuro vincitore di questi Australian Open nella persona di Novak Djokovic. Il serbo saprà fare una tripletta consecutiva a Melbourne? Oppure assisteremo alla prima vera sorpresa dello Slam australiano? E, inoltre, sarebbe davvero sorprendente un trionfo dello scozzese? In fondo, altro non farebbe che (ri)confermare una maturità pienamente raggiunta.

Comunque vadano le cose, questi Australian Open hanno sistematicamente confermato tutto ciò che si è visto e vissuto lo scorso anno; compresa l’assenza di Nadal e il disequilibrio che essa ha creato.

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