ANDY MURRAY E LA FATAL PIUMA

Una distrazione caduta dal cielo per Andy Murray segna il punto di svolta della finale dell’Australian Open. Da quel momento, il match passa nelle mani di Novak Djokovic.

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Tennis. Melbourne (Australia) – L’immagine la ricorderemo per molto tempo: sul 2-3 del tie-break del secondo set, Andy Murray sta servendo la sua seconda palla quando una piuma cade dal cielo e gli passa davanti agli occhi, interrompendo il movimento del suo servizio. Lo scozzese si china, la prende e la porta fuori dal campo. Prepara di nuovo il servizio, scaglia il colpo e commette il doppio fallo che di fatto gli fa perdere il set. Distrazione fatale: da quel momento in poi la partita si fa sempre più in salita per Andy.

Limitare l’analisi della finale degli Australian Open a questo evento significa peccare di superficialità. Eppure questo episodio da Forrest Gump corrisponde, non solo simbolicamente, al momento in cui Novak Djokovic inizia a tenere gradualmente in pugno la partita, fino ad arrivare ad un dominio inaspettato, soprattutto considerato quanto si era visto fino a quel momento. Nole cala il suo tris australiano in una partita equilibrata almeno fino al 4-3 del terzo set, momento in cui il serbo strappa il servizio al suo avversario e gira il match dalla sua parte in modo definitivo. Novak Djokovic è il più grande capovolgitore di partite di sempre e l’ha dimostrato anche oggi.

Quando i primi due set finiscono entrambi al tie-break, vuol dire che l’equilibrio è totale. Un equilibrio dove il dato più eclatante e che ha fatto la differenza alla lunga è stato il rendimento di entrambi i giocatori, in particolar modo di Andy Murray, sulle seconde di servizio (81% nel primo set e 96% nel secondo trasformate in punto per lo scozzese e 68% e 79% per il serbo). Questo dato diventa più rilevante se si considera che in tutto il match il massimo rendimento sulle prime è stato del 67% (Djokovic al terzo). Un Murray quindi ben lontano dalle statistiche al servizio del match contro Federer, dove lo scozzese piazzò ben 21 aces (che corrispondono a poco più di 5 game), ma che è comunque riuscito ad approfittare di un momento di seria difficoltà di Djokovic nella parte finale del primo set: per alcuni giochi abbiamo infatti visto un Nole in debito di ossigeno, pesante e in ritardo sui colpi e, di conseguenza, estremamente falloso (25 gratuiti al primo set). E, nonostante la vittoria, alla fine del match avrà commesso più errori del suo avversario (61 contro 46) a fronte però di un maggior numero di vincenti che hanno fatto la differenza (47 a 29).

Che il match fino ad un certo punto si sia giocato in completa parità lo dimostra anche il fatto che, fatta esclusione per quelle avute da Djokovic ad inizio match, per vedere le prime palle break abbiamo dovuto attendere il terzo set, momento in cui Nole ha cambiato passo sul 4-3. Quello che è successo poi è piuttosto semplice da analizzare: il serbo è salito, alzando il livello del proprio gioco e portandolo al massimo, mentre lo scozzese ha iniziato a calare fisicamente ancor prima che mentalmente. Rilevante è un allungo fatto su una straordinaria demi-volée su cross di Djokovic che potrebbe avergli creato problemi alla coscia. Il condizionale è d’obbligo, considerata la tendenza ad accentuare i dolori, veri o presunti, da parte di Andy.

Un Murray quindi non all’altezza di quello visto in semifinale contro Federer e sulle cui gambe, contrariamente a Nole che si è sbarazzato facilmente di Ferrer in semifinale, potrebbero aver pesato i cinque set del match precedente. Con un servizio più preciso forse avrebbe potuto reggere meglio il quarto set ma è difficile immaginarlo a contrastare lo strapotere di Djokovic nella parte finale della partita. Se i miglioramenti sia fisici che mentali di Andy sono evidenti, battere Djokovic in modo continuo è ancora qualcosa che lo scozzese non riesce a fare. Certo è che quello visto a questi Australian Open è un Murray più sicuro e determinato, elementi che costituivano delle gravi carenze fino a qualche mese fa. La cura Lendl sta iniziando a funzionare anche in questo senso?

Quanto a Djokovic, nulla sembra scalfirlo. Dopo la maratona con Wawrinka abbiamo tutti pensato di ritrovarcelo a pezzi al match successivo contro Berdych, non è stato così. Le capacità di recupero (non solo tra un match e l’altro ma anche all’interno di una singola partita) sono stupefacenti e rappresentano un’arma, oltre a quelle tecniche, per scardinare le certezze dell’avversario. Con questo successo raggiunge Agassi e Federer nei quattro trionfi all’Australian Open.

Il meglio del tennis ora è costituito da questi due giocatori, anagraficamente quasi “gemelli”. Con un terzo incomodo dal nome Roger Federer che davvero non sembra conoscere il concetto di invecchiamento ma che, è ormai evidente, è costretto a fare partite perfette per poterli battere. Con Nadal finora fuori dai giochi (e l’incognita costituita dalle sue condizioni al rientro) il leitmotiv del 2013 sarà con molta probabilità questo. Ma l’uomo da battere resta indiscutibilmente Novak Djokovic.

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